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Non cercare clienti. Cerca problemi da risolvere.


C’è una domanda che prima o poi arriva a chiunque gestisca un’agenzia o faccia consulenza da abbastanza tempo: “qual è il tuo metodo di vendita? “.
A Domenico Palma, CEO di Asernet, ospite di recente al podcast “Consulenti senza Filtro” di Massimiliano Paolucci, quella domanda arriva quasi come una provocazione. Perché la sua risposta smonta la domanda stessa.

“Cerco di non avere un discorso di vendita, perché avere un discorso di vendita spesso significa non avere argomenti.”

Non è una battuta. È la sintesi di un metodo che, in trent’anni di attività, ha tenuto in piedi un’agenzia costruita non su script, ma su una domanda sola, ripetuta migliaia di volte con clienti diversi: qual è il problema, davvero?

 

Il metodo: due ore in cui non si vende nulla

Dietro questa filosofia, in Asernet, c’è un processo vero e proprio, non solo un’intenzione. Prima di proporre qualsiasi soluzione, fanno quello che potremmo chiamare un problem setting: un’intervista al cliente che può durare fino a due ore. Non un questionario commerciale, non una scheda tecnica da compilare. Una conversazione lunga, pensata per ricostruire il modello di business che sta dietro alla richiesta esplicita.

Perché è qui che sta il punto: un cliente che chiama dicendo “voglio un sito nuovo” o “voglio più contenuti” sta descrivendo un sintomo, non necessariamente la cura. Dietro quella richiesta, quasi sempre, c’è un bisogno che il cliente stesso non ha ancora messo del tutto a fuoco. E se non lo metti a fuoco tu, per primo, finisci per costruire la soluzione sbagliata, bella magari, anche ben fatta, ma sbagliata.

Due ore in cui, tecnicamente, non si vende nulla. È probabilmente il paradosso più interessante di tutta l’intervista: il momento in cui si gioca davvero la vendita non è quando si presenta un preventivo, ma molto prima, quando si è ancora in fase di ascolto puro.

Quando la risposta onesta è “non possiamo aiutarti”

C’è un secondo livello di questa filosofia che va anche oltre l’ascolto attento, ed è forse il più scomodo da mettere in pratica: cosa succede quando, dopo aver ascoltato, ci si rende conto di non essere la risposta giusta per quel cliente?

La narrativa comune nel mondo delle agenzie è quella del “sì, possiamo farlo” a prescindere, perché dire no significa perdere un contratto, e i contratti, si sa, servono. Domenico racconta un approccio diverso: quando emerge che il bisogno del cliente non corrisponde a ciò che l’agenzia può davvero offrire, lo dicono chiaramente. Anche a costo di non chiudere l’accordo.

È una scelta che va controcorrente, e che richiede una certa sicurezza, sia professionale che personale, perché ogni volta che si dice “non siamo la soluzione giusta per te” si sta scommettendo che la relazione, la reputazione, il lungo periodo valgano più del contratto singolo che si sta lasciando andare.

La vendita come sottoprodotto, non come obiettivo

Tutto questo porta al concetto centrale, quello che lega insieme il metodo e l’onestà: la vendita, per come la descrive Domenico, non dovrebbe mai essere l’obiettivo di una conversazione con un cliente. È una conseguenza. Un sottoprodotto.

Se rispondi davvero a un bisogno reale, la vendita arriva quasi da sola, non perché sei stato persuasivo, ma perché hai risolto qualcosa che contava. Se invece vendi qualcosa a chi non ne ha davvero bisogno, o a chi non ha le risorse per farlo funzionare, il risultato, nelle parole di Domenico, è un boomerang: hai chiuso un contratto, ma non hai costruito nulla che duri. E prima o poi, quel contratto ti torna indietro, sotto forma di un cliente insoddisfatto, di un progetto che non decolla, di una reputazione che si consuma.

È una visione della vendita quasi rovesciata rispetto a quella più diffusa: non si tratta di convincere qualcuno a comprare qualcosa, ma di essere abbastanza onesti, e abbastanza competenti, da capire se quel qualcosa serve davvero.

Un percorso fatto di prova ed errore, non di certezze da subito

C’è un passaggio dell’intervista che aggiunge un tassello umano a tutto questo. Quando Massimiliano gli chiede come si sentisse, emotivamente, agli inizi, con questo approccio ancora da testare, senza le conferme che arrivano con gli anni, Domenico non descrive una sicurezza costruita a tavolino. Descrive una fiducia in se stesso cresciuta insieme ai primi risultati ottenuti proprio con questo metodo: non tanto per i contratti chiusi in sé, quanto per aver iniziato a capire quali azioni funzionavano e quali no.

È un dettaglio che vale la pena tenere a mente, soprattutto per chi lavora nei servizi e si confronta ogni giorno con l’incertezza di un approccio che non promette risultati immediati: la filosofia dell’ascolto prima della vendita non nasce già formata. Si costruisce, un cliente alla volta, imparando dagli errori tanto quanto dai successi.

Perché conta, oggi

Si potrebbe pensare che tutto questo sia solo una bella teoria da raccontare in un’intervista, ma è proprio la sua concretezza operativa (le due ore di intervista, la scelta esplicita di dire no quando serve) a renderla applicabile, non solo raccontabile.

In un mercato dei servizi digitali dove è facile confondere la velocità di risposta con la qualità dell’ascolto, e dove il “sì, possiamo farlo” resta spesso la risposta di default, la scelta di rallentare, di ascoltare per due ore prima di proporre qualsiasi cosa, è controintuitiva. Ma è anche, probabilmente, il motivo per cui certe relazioni professionali durano trent’anni e altre non arrivano a un rinnovo.

Non vendere. Ascoltare. E solo dopo, se ha davvero senso, proporre. È un principio semplice da enunciare, e, come tutti i principi semplici, molto più difficile da applicare con costanza, cliente dopo cliente, anno dopo anno.

Se anche la tua azienda si sente offrire soluzioni prima ancora che qualcuno ti abbia davvero ascoltato, forse è il momento di cambiare interlocutore.
Raccontaci il tuo problema: partiamo da lì, non da un preventivo.

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