Quando un e-commerce ha poche visite, la prima reazione è cercare un modo per aumentare le visite del sito: più pubblicità, un nuovo banner, un restyling. Ma “poche visite” può nascondere due problemi opposti: nessuno sa che il negozio esiste, oppure lo trovano le persone sbagliate. Prima di spendere un euro in più, conviene capire quale dei due è il tuo, perché le cure vanno in direzioni contrarie.
La scena
Hai aperto il negozio online un anno fa. Il sito è curato, le foto sono belle, il checkout funziona. Ogni mattina apri il pannello e vedi gli stessi numeri: qualche decina di visite al giorno, in gran parte da persone che ti conoscevano già.
In un negozio fisico te ne accorgeresti subito: nessuno entra perché la vetrina dà su un vicolo. Online il vicolo non si vede, e così si continua a sistemare la vetrina: un nuovo banner, un restyling della home, un’altra sezione “offerte”. Il traffico non cambia, perché non dipendeva da lì.
C’è anche lo scenario opposto, meno evidente. Il negozio è in una piazza piena di turisti: entrano in tanti, si guardano intorno, escono. Nessuno compra, perché non erano lì per comprare quello che vendi. Anche in questo caso la vetrina non c’entra: conta chi ci passa davanti.
Due problemi diversi con lo stesso sintomo
“Ho poche visite”, o più spesso “ho visite ma pochi ordini”, può voler dire due cose molto diverse:
- Nessuno ti trova (il vicolo). Il volume è basso in assoluto e arriva quasi solo da chi conosce già il tuo nome. Serve portare persone nuove.
- Ti trovano le persone sbagliate (la piazza dei turisti). Il volume c’è, ma chi arriva si ferma poco e non compra. Serve smettere di pagare una parte di quel traffico e spostare le risorse altrove.
Confonderli costa caro. Chi ha il secondo problema e lo cura come il primo compra altre visite inutili. Chi ha il primo e lo cura come il secondo taglia proprio i pochi canali che stavano iniziando a funzionare.
Come capire in quale caso sei
Prima di tutto verifica che i numeri siano affidabili. Banner dei cookie configurati male, codici di tracciamento duplicati o mancanti, acquisti che non vengono registrati: una diagnosi fatta su dati sbagliati è peggio di nessuna diagnosi.
Poi usa due strumenti gratuiti di Google, ciascuno per le domande a cui sa rispondere:
- Google Search Console: per quali ricerche compari? Search Console è lo strumento che mostra come il sito appare nei risultati di Google: elenca le ricerche reali per cui viene mostrato, quante volte e con quanti clic. Filtra le ricerche che contengono il nome del negozio. Se quasi tutti i clic arrivano da lì, per Google esisti solo per chi ti cerca già, non per chi cerca i tuoi prodotti.
- Google Search Console: il catalogo è davvero su Google? Nel rapporto sull’indicizzazione delle pagine controlla quante pagine di prodotto e di categoria risultano escluse. Se una parte importante del catalogo non è indicizzata, nessuna strategia porterà visite a quelle pagine finché non si risolve il problema tecnico.
- Google Analytics 4: da quali canali arrivano gli acquisti, non le visite? Nel report di acquisizione del traffico confronta, canale per canale, sessioni, tasso di coinvolgimento e acquisti. Un canale con molte visite, poco coinvolgimento e nessun ordine è un costo, non un’opportunità.
A questo punto la diagnosi è quasi sempre chiara:
- Se le visite sono poche in assoluto e arrivano soprattutto da chi cerca il tuo nome, sei nel vicolo: ti mancano persone.
- Se le visite ci sono, ma uno o più canali portano molto traffico senza ordini, sei nella piazza dei turisti: ti mancano i clienti giusti.
- Se sono vere entrambe le cose, parti dal secondo problema: tagliare il traffico che non vende libera budget per costruire quello che serve.
Perché succede
Le cause sono diverse nei due casi, ed è per questo che anche le soluzioni lo sono.
Se nessuno ti trova
- Il sito è stato lanciato come un progetto, non come un canale. Il giorno della messa online sembra un traguardo, invece è la partenza. Online nessuno passa per caso: la domanda va intercettata o costruita.
- Il catalogo parla la lingua dell’azienda. Categorie e prodotti si chiamano come nel gestionale (“Linea Classic 2024”, codici, sigle) e non come li cerca il cliente. Google non può mostrarti per parole che sul sito non ci sono.
- Si compete dove non si può vincere. Le ricerche generiche e affollate sono occupate da marketplace e grandi catene. Puntare lì significa restare in seconda pagina, dove quasi nessuno arriva.
- La pubblicità è stata accesa e spenta. Pochi mesi, budget basso, nessun apprendimento. Poi la conclusione: “Google Ads non funziona”.
Se arrivano le persone sbagliate
- Campagne su ricerche troppo larghe. Parole chiave generiche, o impostazioni che allargano troppo le ricerche su cui compaiono gli annunci, portano chi cerca idee, confronti o informazioni, non chi è pronto a comprare.
- Obiettivi sbagliati nelle campagne. Campagne ottimizzate per clic, visualizzazioni o interazioni portano esattamente quello: clic, visualizzazioni e interazioni. Non acquisti.
- Contenuti che attirano curiosi. Articoli, post o video che piacciono a un pubblico ampio ma lontano da ciò che vendi: generano visite e reazioni, raramente ordini.
- Annunci che portano nel posto sbagliato. Un annuncio che promette un prodotto preciso e porta alla home o a una categoria generica: chi arriva non trova subito ciò che cercava ed esce.
La cura sbagliata più comune
Aumentare il budget pubblicitario senza sapere se il problema è la quantità o la qualità del traffico. Se arrivano le persone sbagliate, più budget significa solo più persone sbagliate.
C’è poi un controllo da fare prima ancora: verificare che chi arriva riesca davvero a comprare. Se il sito perde clienti tra la scheda prodotto e il pagamento, aumentare le visite non serve, perché si perdono anche quelle nuove. Ne parliamo nel secondo articolo della serie, dedicato alla conversione.
Un caso tipico
Prendiamo un negozio online di articoli per il giardinaggio, una situazione che si ripete in molti settori. Il negozio investe ogni mese in campagne su ricerche come “attrezzi giardino”. Le visite arrivano, gli ordini quasi no.
Guardando le ricerche reali emergono due cose. La prima: chi clicca su “attrezzi giardino” cerca idee e confronti di prezzo, non un prodotto preciso. La seconda: il sito riceve qualche visita spontanea da ricerche molto specifiche, come i ricambi di una marca che il negozio tratta da anni. Sono poche, ma comprano.
Spostando budget e contenuti sui ricambi, le visite totali scendono, ma gli ordini salgono. È questo il segnale che conta: meno persone, più clienti.
Il principio vale per qualsiasi catalogo: le ricerche che rivelano un’intenzione precisa (un modello, un ricambio, una misura, un utilizzo specifico) portano meno traffico delle ricerche generiche, ma molti più acquisti.
Come aumentare le visite del sito nel modo giusto
- Scegli dove giocare. Individua da 20 a 30 ricerche concrete legate ai prodotti con più margine, dove i primi risultati non sono tutti marketplace. Meglio essere primi su “ricambi decespugliatore [marca]” che decimi su “decespugliatori”.
- Allinea il catalogo al modo in cui cerca il cliente. Nomi delle categorie, titoli dei prodotti, descrizioni: usa le parole del cliente, non quelle del gestionale. Search Console ti mostra già quali sono.
- Sistema le basi tecniche. Pagine di prodotto e di categoria indicizzate, nessun duplicato generato dai filtri, ogni scheda con un testo proprio e non solo con il codice articolo.
- Usa i canali che già esistono. Le schede gratuite di Google Shopping tramite Merchant Center, il Profilo dell’attività su Google se hai un punto vendita, la base clienti offline (fatture, contatti degli agenti, clienti del negozio) da coinvolgere via email.
- Se fai pubblicità, falla per imparare. Un budget piccolo ma continuo su poche campagne mirate, con gli acquisti tracciati correttamente. Nei primi mesi l’obiettivo è capire quali ricerche e quali prodotti rendono, non vendere a ogni costo.
- Taglia il traffico che costa e non vende. Campagne su ricerche generiche, campagne ottimizzate per clic o interazioni, contenuti social con molte reazioni e nessun acquisto. Il budget liberato va sulle ricerche che hai scelto.
Come capire se sta funzionando
Non guardare le visite totali: se stai tagliando il traffico sbagliato, all’inizio potrebbero perfino scendere. Guarda invece questi segnali:
- la quota di visite che non arrivano dal tuo nome cresce;
- aumentano le ricerche per cui compari, e tra queste quelle in cui sei nelle prime posizioni;
- crescono gli ordini da clienti nuovi, anche se le visite totali restano ferme o calano;
- il costo per ordine delle campagne a pagamento scende fino a stabilizzarsi su un livello sostenibile rispetto al margine dei prodotti.
I tempi non sono uguali per tutti i canali. Le campagne a pagamento danno indicazioni in poche settimane. Il posizionamento organico richiede mesi: a 90 giorni non ci si aspettano risultati consolidati, ma Search Console dovrebbe già mostrare più impressioni sulle ricerche scelte.
Se dopo 90 giorni nessuno di questi segnali si muove, è il momento di rimettere in discussione le scelte di partenza. Le ricerche individuate potrebbero essere troppo competitive, le pagine meno utili di quelle dei concorrenti, oppure l’offerta (prezzo, assortimento, condizioni di consegna) potrebbe non reggere il confronto. In quel caso il problema non è più solo il traffico.
Per aumentare le visite di un e-commerce non basta comprarne di più. Prima capisci se sei nel vicolo, dove ti mancano persone, o nella piazza dei turisti, dove ti mancano i clienti giusti. Poi scegli poche ricerche dove puoi vincere, taglia ciò che costa e non vende, e costruisci da lì. La vetrina viene dopo.
Un e-commerce con poche visite raramente ha bisogno di più pubblicità. Ha bisogno di sapere se gli mancano persone o se arrivano quelle sbagliate. Capisci in quale dei due casi sei, intervieni lì, e decidi sulla base dei numeri.
Se vuoi capire se il tuo e-commerce è nel vicolo o nella piazza dei turisti, possiamo analizzarlo insieme partendo dai tuoi dati di traffico e di vendita.
